Archivio per la categoria ‘Gli Intoccabili’

Restando in tema di band di culto che misteriosamente non hanno mai raggiunto il successo globale, ma grazie alle quali decine di gruppi si sono costruiti le loro fortune, gli Stone Roses sono l’esempio più eloquente nell’ambito dell’intera storia musicale moderna. Sarebbe bastato solo che non avessero avuto problemi legali con la casa discografica nel periodo 1990-1994, e con molta probabilità sarebbero diventati la più grande e famosa band del pianeta anche per i successivi vent’anni.

Ma la musica non è fatta di “se” e di “ma”, quindi atteniamoci a quanto loro hanno prodotto. E l’album di esordio ” The Stone Roses ” è senza dubbio il più brillante esordio di tutti i tempi. Suonato in maniera tecnicamente superba, originale ma con melodie accattivanti, elaborato ma scorrevole, ha influenzato tutta la musica inglese da quel punto in avanti.  Se dovessi fare un elenco delle canzoni che hanno influenzato successivamente band o artisti, non mi basterebbe tutto il blog per citarli. Ma posso raccontare di ” I Am The Resurrection “, a mio parere la canzone più completa che sia mai stata fatta,  dei ritmi di ” She Bangs The Drums ”  o della strepitosa melodia di ” Made Of Stone “.

A mio modesto parere penso che ” The Stone Roses ” possa tranquillamente stare almeno nei primi tre album di tutti i tempi, perchè quando lo si ascolta si rimane letteralmente allibiti, e si capiscono le origini musicali di tutte le più famose band da vent’anni ad oggi.

Voto: 20/20

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Esistono delle band predestinate, che riescono ad avere però un culto sfrenato da parte di una discreta fetta di pubblico e dalla critica, ma non un successo globale come avrebbero meritato. I The Libertines ne sono uno degli esempi più rilevanti nella storia della musica, non solo moderna. Sicuramente se non fosse uscito Up The Bracket centinaia di gruppi “Next Big Thing” non avrebbero mai avuto modo di esistere ed è riuscito a definire il suono di band come The Strokes o Franz Ferdinand, o a trainare indirettamente gente come Coldplay o Muse dando inizio ad una piccola British Invasion, di cui però i The Libertines non hanno mai fatto parte a pieno.

La sensazione più strana durante l’ascolto è il rendersi conto di star sentendo qualcosa di epico e di unico, come solo con pochissimi album o canzoni accade, e di pensare “Ma che razza di roba ho ascoltato fino ad ora?”. Canzoni come Vertigo o I Get Along sono una summa del rock passato e futuro, e sorprende la straordinaria aggressività del sound nonostante non ci sia un solo accordo di chitarra distorta. Anche nei momenti più riflessivi la ditta Doherty Barat riesce ad esprimersi a livelli eccelsi.

Non saprei che altro dire su Up The Bracket, anche perchè solo dopo il suo ascolto ci si rende conto della bellezza, della durezza, della cura e dell’intensità che la band riesce a trasmettervi con questo loro disco d’esordio.

 

Voto 19,5/20

Che dire di più, già il titolo dell’album parla da se (“Sbattitene i coglioni, ci sono i Sex Pistols”, sottolineo anno 1977).
I Sex Pistols è il caso più unico, clamoroso e discusso di meteora musicale nella storia, ma è anche l’unico gruppo che può ritenere di aver spaccato in due la musica.
Infatti si può tranquillamente dire che la storia della musica moderna è divisa in due ere: quella prima dei Sex Pistols e quella dopo i Sex Pistols.

“Nevermind the Bollocks” è l’album unico della band, che ne determina l’esplosione, lo zenit e la conclusione della loro carriera.
Dodici tracce di quattro accordi ciascuna, una più feroce, rabbiosa e tagliente dell’altra, che fanno entrare Rotten e soci nella leggenda.
“Holidays in the Sun”, “Bodies”, “No feelings”, “Seventeen”, “Pretty Vacant” ed “E.M.I.” singolarmente sarebbero per qualunque gruppo sulla faccia della terra l’apice di una carriera, mentre qui quasi vanno nell’ombra, rispetto ai due pezzi manifesto di una generazione e di uno stile di vita.
Basta solo dire che “God Save the Queen” all’epoca è stata censurata dalle radio, dai distributori di dischi, dalla stessa casa editrice, ma il riff di chitarra, il grido “No Future” o il “don’t be told what you want and don’t be told what you need” è entrato comunque nella memoria collettiva del rock, del punk e della musica in generale.
Senza parlare della canzone più importante (per chi scrive) degli ultimi 50 anni nella musica, cioè “Anarchy in the U.K.”.
La chitarra iniziale, il rullo di tamburi, l’ “I am an antichrist, and I am an anarchist” danno sempre l’idea che per assurdo si stia ascoltando una specie di canzone sacra, per la pomposità, la rabbia e l’immediatezza della canzone.
Poi gli assoli scarnissimi, ridicoli tecnicamente ma potenti, la batteria in quattro quarti, il basso essenziale, la voce “vomitata” di Johnny Rotten, le storie pazze dietro i loro show, la morte di Sid Vicious e la stampa completamente contro sono storie che per chi ama il rock bisogna necessariamente sapere, come fosse la Bibbia o il Vangelo.

Il più grande album di sempre, che disfa e ricostruisce il mondo della musica.

Voto: 20/20

In una parola: INARRIVABILE

I Duran Duran, un nome che fa sempre discutere, ritenuti da molti una pop-band per nostalgici o da altri dei grandi innovatori.
Probabilmente “troppo belli” e “troppo curati” nel look per essere considerati da tutti credibili, personalmente sto nel mezzo, ma non posso esimermi dal dire che Rio è uno degli album che ha segnato un epoca, e che al giorno d’oggi, ascoltando le nuove leve dell’elettronica e pop d’autore è probabilmente il disco da cui è tratta più ispirazione.

In Rio ci sono almeno 5 pezzi che sono tra i più grandi nella storia del pop.

New Religion parte con una tastiera visionaria, che rimarrà per tutta la canzone, che successivamente si intreccia con la chitarra sempre più crescente e la voce di Simon Le Bon che ad un certo punto si sdoppia, sfogando in un ritornello fantastico.

In The Chaffeur sempre la tastiera del geniale Rhodes la fa da padrone, con un intro da thriller che però finisce in una canzone originalissima sia nel testo che nella costruzione della musica, che si conclude con due minuti e mezzo di solo di tastiere in cui si vorrebbe che non finisse mai.

Invece Hungry Like A Wolf è retta da una riff di chitarra (strano per i Duran Duran) semplice ed incisivissima, in una canzone dalla grandissima carica erotica, in cui le allusioni sessuali abbondano ma non cadono mai nell’esagerato, e col solito super-ritornello.

Chi poi non ha mai sentito Save a Prayer, ritenuta una delle più grandi ballate di sempre, una canzone eccezionale: indimenticabile quell’assolo facile facile di chitarra dopo il ritornello, ma di un incisività che ha paragoni con pochissime altre canzoni (ripeto soprattutto rispetto alla facilità tecnica). Con la tastiera di Rhodes come sempre eccezionale ad intrecciarsi con la voce di Simon Le Bon e con un intro anch’essa indimenticabile.

Concludo con Rio, personalmente la mia preferita, dove invece a farla da padrone è il basso e il ritmo di piatti e grancassa, in questo caso tecnicamente eccezionale da parte di entrambi. Il testo stavolta è scanzonatissimo, e “Her name is Rio and she dances on the sand” non mi importa cosa voglia dire, ma mi esalta comunque. E a metà canzone succede l’impensabile, con un assolo di basso, poi uno di tromba, poi si intrecciano in maniera strepitosa per rientrare in una batteria che esplode nell’ultimo ritornello.

Un capitolo a parte i video, che hanno fatto storia: senza parole in particolare “Save a Prayer”, da mozzare il fiato.

Ritengo “Rio” uno degli album più belli ed influenti degli ultimi 30 anni, e sfido chiunque che non abbia dei preconcetti verso i Duran Duran di dire che non è un grandissimo album.

Voto: 19.5/20

In Una Parola: Controverso

Gli Arctic Monkeys, delle varie e molteplici “next big thing” della musica inglese degli ultimi anni, sono sicuramente la band di cui si è parlato e discusso di più.

Personalmente mi convincono di più gli album che dividono la critica e non che la uniscono.

Infatti all’epoca dell’uscita di questo album, arrivato dopo un’ attesa breve, ma crescente e spasmodica come da molto tempo non accadeva, la critica era divisa in due fazioni: chi li riteneva il futuro della musica o chi li riteneva quattro ragazzini al posto giusto nel momento giusto.

Questo album potrebbe confermare le tesi di entrambe le teorie, perchè molto probabilmente è l’album più bello dell’ultimo decennio musicale, uscito al momento giusto e nel modo giusto.

Con “Whatever People Say I Am, that’s what I’m not” gli Arctic Monkeys riescono nell’impresa, nel momento in cui uno ascolta un loro pezzo anche recente, di far dire “ah, questo allora è il nuovo degli Arctic Monkeys”, cosa che solitamente si riesce a fare quando va bene dopo 2 o 3 album.

Riff di chitarra elettrificata granitiche con cambi improvvisi, basso ritmatissimo, batteria imprevedibile e voce molto particolare sono le premesse di questo album, come si può sentire subito in “The View of Afternoon”.

La seconda canzone “I bet look Good on the Dancefloor” è un pezzo irresistibile, come del resto “Fake Tales of San Francisco”, la quale inizia in maniera tranquilla e finisce con cori , schitarrate e piatti a go-go.

“Dancing Shoes”, “You Probably Couldn’t See For The Lights But You Were Staring Straight At Me” e “Still Take You Home” sono altre tre canzoni folgoranti, con riff incisive e ritornelli orecchiabili, in particolare in “Still Take You Home”

In “Riot Van” per la prima volta affrontano una canzone più lenta, con risultati buoni ma non entusiasmanti, soprattutto in confronto al resto dell’album.

“Mardy Bum” e “A Certain Romance” anche loro sono due canzoni abbastanza lente per lo standard degli Arctic Monkeys, ma si fanno molto apprezzare per un suono molto pulito della chitarra e del basso e i soliti cambi di ritmo.

“Red Light Indicate doors are Secured” è uno dei pezzi più belli dell’album con questa riff che a me ricorda tanto quella di “Guns of Brixton” dei Clash e che si ripete ossessivamente per l’introduzione e tutta la strofa, per poi sparire nel ritornello e ricomparire con sotto un breve assolo dell’ altra chitarra, il tutto in meno di due minuti e mezzo.

Per concludere “When The Sun Goes Down”, personalmente la ritengo la canzone simbolo degli anni ’00,della quale non ho neanche le parole giuste per descriverne la carica, l’adrenalina e l’incisività.

Insomma il capolavoro assoluto dell’ultimo decennio, da tramandare ai posteri e da far ascoltare a chi dice che il rock è morto o sta dormendo. Di livello assoluto e come impatto sulla musica, dopo quasi 5 anni dalla sua uscita, sicuramente paragonabile agli “album fondamentali”  del passato (forse l’unico difetto sono i titoli troppo lunghi!).

Voto: 19,5/20

In Una Parola: ADRENALINICO

Who Cares A Lot è una sorta di Greatest Hits dei Faith No More.

Incomincio proprio da loro perchè una serie di gruppi rock, tra i più svariati, devono tanto a questa band, archiviata frettolosamente dal grande pubblico. Per ogni canzone di questa raccolta si potrebbe trovare la canzone alter-ego di altri gruppi,  che in molti casi si rivela imbarazzante sia nel confronto critico che di struttura della canzone.

Parto però dalla traccia 4, cioè “Epic“, un trionfo della voce eccezionale di Mike Patton, dove si confronta con rap, urli pseudometal e melodia con risultati strepitosi. Sul cantato di Patton un altro trionfo di chitarra funky, chitarra metal, tastiere e  cambi di tempo orchestrati in maniera fantastica, dando veramente l’idea di epico. (Give it Away dei Red Hot Chili Peppers è chiaramente ispirata, se non plagiata da questa canzone… Antony Kiedis ringrazia…)

Rispettando l’ordine di tracce, si parte con “We care A Lot” e “Introduce Yourself”, scariche di adrenalina pure, mentre “From out To Nowhere” e “Falling to Pieces” definiscono il suono tipico dei Faith no More e probabilmente del movimento grunge in generale (…Nirvana e soci ringraziano…)

Un altra canzone su cui soffermarsi è “Midlife Crisis“, dove viene fuori tutta la potenza del sound dei Faith No More, la straordinaria duttilità di Patton e nella quale letteralmente si inventa il 4/4 di batteria senza piatti (…i Korn e tutto il nu metal ringrazia…)Poi si passa a “Easy”, una sorprendente ballad con tastiera, coretti gospel e il solito Patton, e soprattutto al capolavoro assoluto “Digging the Grave”.

Digging the Grave” è un grido, un inno di disperazione,  il canto del cigno della (presunta) generazione di Seattle. Tre minuti di potenza e pathos in 4 accordi di chitarra, che si sfoga in un intermezzo urlato di unico coinvolgimento.Il resto dell’album scorre via in un attimo, con solo l’intermezzo di un’altra ballata, “I Started a Joke”.

Con questo album si può intuire chi, come e quando abbia dettato le leggi commerciali della musica negli anni successivi, anche se l’origine e i meriti se li sono presi altri.

Voto: 18.5/20

In una parola: DEFINITIVO